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RegenerArt


REGENERART. Da vecchie radio d’epoca, autoradio a cassette e telefoni ormai pensionati, Andrea Accoroni crea creature robotich, dei Frankenstein analogici, che raccontano in maniera più profonda la circolarità e la rigenerazione artistica. Oggetti destinati alla discarica trovano una seconda vita, trasformandosi in forme umanoidi sospese tra la memoria del passato e l’immaginazione di un futuro cibernetico, dove uomo e intelligenza artificiale potrebbero un giorno incontrarsi (o forse conoscersi meglio).

Attraverso un dialogo sorprendente tra anima e materia, l’artista trasforma rottami, fili, metalli e componenti elettroniche in corpi capaci di raccontare emozioni molto umane: volti inquietanti, occhi smarriti e forme meccaniche che sembrano guardarci e chiederci chi sia davvero la macchina e chi l’essere umano. Dietro ogni vecchio apparecchio abbandonato sembra nascondersi una storia, un ricordo, quasi una piccola anima dimenticata che Accoroni riesce a riportare alla luce. La tecnologia, da fredda e silenziosa, torna così a parlare, trasformando il rifiuto in memoria, racconto e possibilità di futuro.

In Macchine Molli, Mauro Rocchegiani e le allieve e gli allievi del Laboratorio Teatrale MonsanoCult trasformano la visita a RigenerArt in un’esperienza che è insieme spettacolo, racconto e guida alla mostra. Attraverso personaggi strani, buffi e inquietanti, la performance gioca sul confine sottile tra macchina e corpo umano, tra ingranaggi e sentimenti, tra ciò che sembra artificiale e ciò che invece ci appartiene profondamente.

Gli spettatori vengono accompagnati dentro il cuore delle opere di Accoroni, scoprendo che la rigenerazione non riguarda solo vecchi oggetti dimenticati, ma anche il nostro modo di osservare ciò che definiamo “rifiuto”. In scena, metallo e memoria si incontrano: i robot fanno sorridere, inquietano e, forse, ci assomigliano più di quanto vorremmo ammettere. Macchine Molli vive così in quella zona curiosa del “perturbante”, dove ciò che conosciamo diventa improvvisamente strano e ciò che sembrava lontano rivela un’inattesa familiarità. Un luogo in cui il robot guarda l’uomo e l’uomo, guardando il robot, finisce per riconoscere una parte nascosta di sé.